Il lavoro mobilita l’uomo

La società odierna è caratterizzata da gravi problemi lavorativi che toccano da vicino moltissime persone tra disoccupati, cassaintegrati, inoccupati, sottoccupati, tale condizione pone giovani, adulti e anziani in una situazione di malessere psicofisico dovuto alla precarietà che sembra essere ormai una condizione, oltre che una difficoltà sociale.

La nostra costituzione riconosce il lavoro come un diritto oltre che un dovere.

Il diritto al lavoro è un diritto fondamentale per l’uomo, fondamentale viene da “fondamenta”, le fondamenta sono ciò che si trova sotto gli edifici, ciò che sostiene ogni cosa.

Così come le fondamenta reggono i palazzi saldi e maestosi per secoli, allo stesso modo il lavoro sostiene l’ essere umano in molte funzioni importanti per il benessere della sua specie:

  • il lavoro è una fonte di guadagno e sostentamento che permette ad un individuo di essere autonomo e di poter proiettarsi nel futuro investendo su progetti a lungo termine come l’acquisto di una casa, l’avvio di un’attività propria, mettere al mondo dei bambini…
  • il ruolo che si ricopre in una società permette di identificarsi in un modello stabile e coerente di sè stessi. Spesso diciamo io sono una psicologa, io sono un ingegnere, io sono un medico, io sono un meccanico ecc… riconoscersi in una figura professionale dà la possibilità di inquadrare se stessi all’interno del mondo, permette di creare delle specifiche aspettative sul proprio futuro consentendo nel contempo di dare significato alle proprie azioni e a quelle della rete sociale circostante
  • avere una posizione stabile e legittimamente retribuita permette di vivere una vita più stabile, una vita più sana senza avere la preoccupazione costante del domani. Charles Darwin diceva che “il lavoro nobilita l’uomo” poiché gli garantisce la possibilità di “eleggersi” distinguendosi dagli animali; io aggiungerei che non solo lo nobilita, ma lo mobilita anche, perché permette di evolversi di non ristagnarsi in una specifica fase di vita, ma di crescere sia professionalmente che personalmente.

Un lavoro dignitoso permette “di mettere in moto” l’economia di un paese dato che questo implicherebbe una maggiore possibilità di spendere, di viaggiare e di investire.

Una mansione gratificante, inoltre, crea un forte legame con il “luogo” di lavoro e ciò si traduce in termini di maggior produttività, creatività e lealtà nei confronti di colleghi e superiori, maggior responsabilizzazione e cura degli spazi condivisi. Tali situazioni producono stati emozionali e comportamenti positivi che incentivano stili di vita sani caratterizzati da bassi livelli di stress e maggior senso di autoefficacia.

Purtroppo però, la crisi che ha colpito il nostro periodo storico ha sradicato le fondamenta provocando disagi su più fronti: la perdita di lavoro, giovani precari, anziani costretti a lavorare fino ad un’ età avanzata, fuga dei cervelli.

Capita sempre più frequentemente di vedere padri di famiglia perdere il lavoro, e ritrovarsi in una condizione di estremo disagio; disagio dovuto non solo alla  perdita in termini economici, ma soprattutto dalla percezione di fallimento e di vergogna per non riuscire a soddisfare i bisogni dei propri familiari a carico. La perdita del lavoro porta con se numerosi cambiamenti quotidiani come  gli orari, il contatto con i colleghi, il tenore dello stile di vita… Inoltre la pressione sociale e l’urgenza della situazione pressano l’individuo alla subitanea riorganizzazione alla ricerca di una nuova situazione lavorativa. Tutto ciò porta a far sperimentare una forte perdita di controllo con conseguenze minacciose sul senso di autoefficacia, sull’autostima, sulla resilienza e la vulnerabilità allo stress in generale. La perdita del lavoro è un’esperienza che resetta la normale attività di un individuo, inducendo una profonda trasformazione del suo equilibrio psichico.

Un’altra fascia di popolazione fortemente colpita dalla crisi è quella dei giovani adulti inoccupati, che terminati gli studi non hanno avuto l’opportunità di inserirsi in un contesto lavorativo stabile e gratificante. Tale condizione genera disagio e malessere psicofisico come ansia generalizzata e stress. Questi giovani adulti devono fare i conti da un lato con la loro voglia di autonomia sia economica che personale, e dall’altro con la frustrazione derivante dal non essere in grado di soddisfare queste aspettative. Subentrano allora sentimenti di auto svalutazione, bassa autostima, perdita di interesse e avvilimento. Questa generazione vive nel precariato facendo lavori saltuari non gratificanti, spesso non inerenti la propria formazione e frequentemente sottopagati. La mancanza di stabilità lavorativa contraddistingue ormai il clima delle aziende, provocando competizioni, rivendicazioni e  forme di sfruttamento.

Viviamo l’epoca del precariato, affettivo oltre che lavorativo; il senso di impotenza dato dall’impossibilità di realizzarsi in un’occupazione, così come la mancata formazione di una identità lavorativa, possono disorientare, bloccare, far perdere slancio in ogni campo relazionale.

Essere in crisi è diventato un modus vivendi che coinvolge e stravolge il modo di lavorare, di fare scelte, di frequentare gli altri, di immaginare il rapporto di coppia. Di pensare la propria vita. Di (non) vedersi nel futuro. Disagio, delusione, disorientamento, demotivazione procurati dalla perdita di lavoro – o dalla possibilità di perderlo – ci immobilizzano in una condizione di impotenza, inadeguatezza, paura. Vissuti che possono farci stare male anche fisicamente.

La nostra sembra dunque essere una società fluida, in cui tutto può cambiare da un momento all’altro: il lavoro, le relazioni, la casa, il quartiere, la nazione.

Accade infatti che giovani adulti pur di lavorare siano costretti a lasciare il proprio paese. Questo non solo comporta una grave perdita per l’Italia di menti brillanti, ma contribuisce a stati d’ansia e di malessere dovuti  all’essere costretti a lasciare le proprie radici, al non poter vivere più pienamente le relazioni con i propri familiari, alla ricerca di una nuova identità.

La mancanza di nuove assunzioni comporta inoltre un grave problema anche per i meno giovani, a causa dell’allungamento dell’età pensionabile. Arrecando danno a quanti vorrebbero godere finalmente la vita dopo anni  di sacrificio, a tutti coloro che sono stanchi sia fisicamente che mentalmente e a quanti vorrebbero poter sfruttare il loro tempo per coltivare hobby e passioni che non hanno potuto trovare espressione durante gli anni lavorativi.

Quanto scritto finora fa emergere come la disoccupazione non riguardi solo la dimensione socio-economica, ma soprattutto la sfera più profonda della persona, in quanto la condizione di “senza lavoro” modifica necessariamente il benessere generale dell’individuo.

E’ però necessario sottolineare che la precarietà non porta necessariamente disturbi di ansia o depressione. Il termine crisi porta in sé anche delle potenzialità, La parola “crisi” viene dal greco “krísis” e indica “scelta”, “decisione”. Se riflettiamo sull’etimologia della parola, possiamo coglierne una sfumatura positiva, in quanto ogni momento di crisi, cioè di riflessione e valutazione, può trasformarsi in una opportunità e in un presupposto per un miglioramento e una rinascita.

Ci sono infatti caratteristiche personali che mediano le reazioni e giocano un ruolo fondamentale nel gestire l’impatto delle difficoltà sulla nostra vita. Come la capacità di fronteggiare gli eventi difficili, di riorganizzare l’esistenza, di saper cogliere le opportunità. Sono questi gli aspetti psicologici sui quali puntare. Bisogna ritrovare il proprio equilibrio, dare un nuovo significato a quello che è successo in modo da fortificarsi. Il modo migliore per riprendere in mano la propria vita è muoversi, fare qualcosa, sperimentarsi, riacquistare il senso di controllo.

La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.

(John Fitzgerald Kennedy)

dott.ssa Angela Gaeta

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