pubblicità sessista

La pubblicità ha un’influenza considerevole sulle nostre scelte e sul nostro modo di pensare, difatti incide  sulla percezione di sé e degli altri arrivando ad avere un grande impatto sulla collettività e la cultura.

I persuasivi spot pubblicitari possono diventare dannosi? Si, quando le immagini proposte ledono categorie di soggetti, accentuano stereotipi, relegano individui a determinati ruoli sociali.

Sempre più spesso ci imbattiamo in pubblicità che danneggiano l’immagine di donne e bambine, proponendo stereotipi che alimentano le discriminazioni di genere. Il messaggio che viene proposto in continuazione è che il valore di una donna non derivi dal suo valore e il suo impegno, ma dal suo aspetto fisico e/o dalla sua capacità di prendersi cura degli al altri. Difatti nelle campagne pubblicitarie, la donna non viene quasi mai esaltata per le sue capacità professionali o cognitive,  ne per aspetti che richiedono particolare impegno, merito o intelligenza. Tali stereotipi condizionano la visione che tutti, bambini compresi, hanno del mondo in cui vivono, ostacolando il progresso verso la parità dei generi.

Nel corsi degli anni la figura femminile è sempre stata “relegata” a immagini di casalinga felice, donna-oggetto, donna frammentata, rappresentazioni  spesso legate ad atteggiamenti seduttivi. L’esaltazione del corpo viene proposto come unico “oggetto” di bellezza capace di attrarre lo sguardo e il desiderio maschile.

Il corpo femminile, oramai viene utilizzato per vendere qualsiasi bene di consumo, qualsiasi siano i suoi destinatari.

Proporre immagini di donne perfette, con fisici statuari, sempre sexy ed eccitanti in ogni circostanza, felici di svolgere lavori domestici o di scarso riconoscimento sociale, soddisfatte di accontentare i compagni in tutti i loro bisogni, ha non poche implicazioni sfavorevoli:

  • Le caratteristiche fisiche, estetiche e di personalità che emergono propongono un immaginario collettivo della bellezza, un’ideale da seguire ossessivamente e ad ogni costo. Ciò lede l’autostima delle donne “reali”, le fa sentire non all’altezza, vecchie, fuori posto, inadeguate, “obbligate” a ricorrere a maquillage, chirurgia estetica, diete ferree.
  • Normalizzano la violenza legittimando la “naturale” disparità tra i sessi
  • Questo modo di fare pubblicità danneggia anche gli uomini in quanto anche la loro intelligenza e buon senso vengono messi in discussione: implicitamente vengono ritratti come individui impossibilitati ad essere autonomi nella cura della casa, incapaci di provare emozioni, di interessarsi alla “cura” e alla crescita emotiva dei propri figli, incapaci di riconoscere valori e capacità delle loro compagne poiché  “naturalmente” attratti solo da corpi perfetti. Inoltre l’aspettativa  “della donna icona” collude con la realtà, influenzando anche la qualità dei loro rapporti interpersonali e del benessere individuale.

L’unico modo per contrastare la divulgazione degli stereotipi è non restare fermi a guardare imbambolati questi surrogati di donne bambole  e bambine sessualizzate, ma indignarsi e impegnarsi personalmente per una comunicazione più efficace che smetta di utilizzare il corpo della donna.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *